La lingua dei tessuti
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La lingua dei tessuti

I tessuti “parlano” una lingua tutta loro. Ma non solo quando raffigurano qualcosa, come il ricamo di Bayeux o come le scene di un arazzo uscito dalla Manufacture des Gobelins, e neppure quando portano vere e proprie iscrizioni, come uno stendardo o come una cimossa parlata, per l’appunto. I tessuti raccontano di se stessi per come si presentano, e non soltanto per i colori o per gli effetti delle nobilitazioni di finissaggio, ma anche e soprattutto per la loro struttura, ossia l’armatura, l’intreccio dei fili che li compongono. Da questo punto di vista, i tessuti si esprimono in una sorta di Esperanto che i tecnici, i disegnatori, i creativi del settore conoscono bene. Tuttavia, per quanto oggi sia l’inglese la lingua universale, ogni paese mantiene un suo lessico specifico e, fino a ieri, non era così semplice trovare una nomenclatura condivisa. L’incomprensione poteva causare non solo problemi tecnici, ma anche differenze e diffidenze commerciali. La questione era così seria che qualcuno pensò di compilare dei veri e propri dizionari dedicati alle traduzioni tra due o più lingue. Nell’Archivio del Lanificio Vitale Barberis Canonico, accanto ai campionari, si trovano anche alcuni “pezzi” di altra natura, ma altrettanto curiosi e interessanti. Uno di questi è il Grosses Bindungs-Lexikon, cioè il Grand Dictionnaire des Liages, ovvero il Large Book of Textile Designs. Un dizionario tedesco-francese-inglese che Franz Donat, professore alla Regia Scuola Tessile di Reichenberg, diede alle stampe in almeno due edizioni tra il 1895 e il 1901 (e probabilmente una terza nel 1904).

Il dorso e il frontespizio del Lexikon del professor Donat.

Reichenberg, che i cechi chiamano Liberec, era nota come la “Manchester della Boemia”, a dimostrare un DNA tessile di tutto rispetto. E il suo istituto tecnico industriale era altrettanto quotato, anche grazie a docenti come il professor Donat, che si prodigò per la diffusione del sapere e per il superamento delle barriere linguistiche. Il suo Lexikon (pubblicato da Adolf Hartleben di Vienna e Lipsia, ma stampato da Eduard Strache a Warnsdorf, in Boemia) è un vero gioiello, specialmente per la ricchezza delle illustrazioni in grado di esemplificare le varie tipologie di disegno tessile.

Le fabbriche tessili di Reichenberg – Liberec alla fine dell’Ottocento.

Quello delle figure fu un espediente notevole, perché la grafica rendeva più immediata ed efficace il confronto e il riconoscimento delle armature, diminuendo lo sforzo di astrazione che le semplici traduzioni dei lemmi imponevano. Ecco perché il lavoro di Franz Donat fu un grande successo editoriale. Grazie all’impegno di due valenti traduttori, il Lexikon era davvero “un prontuario per tutti coloro che si occupano di tessuti e una guida per la formazione del campionario”. Trecento tavole e 9015 differenti Bindungen/armures/patterns erano sicuramente utili e formavano un bel… campionario di termini tessili in più lingue. Nella prefazione dell’autore si legge che l’opera era in cantiere da circa dodici anni e che vedeva la luce in ragione della lunga esperienza maturata sul campo. I quattro principali scopi della pubblicazione riguardavano il “creare tessuti, con un determinato ordito caricato sul telaio basato sui numerosi “disegni”, che permettono di produrre una grande quantità di intrecci differenti gli uni dagli altri”, ma anche “di dimostrare con quegli stessi “disegni” quanto sia vasto il numero degli intrecci possibili”, “di spingere il più possibile lontano lo sviluppo di quelle armature” e, infine, di servire da promemoria al disegnatore. Le varie tipologie di tessuto, dalla tela alle saglie, dagli chevron ai satin, dai rayonnés ai cannelés, dai diagonali ai reps, dai double face ai damassés, sono classificate con un codice alfabetico specifico con il rimando alla planche di pertinenza e alle singole armature contrassegnate da un numero progressivo. Un sistema ingegnoso per non perdere l’orientamento in un dedalo di combinazioni e di ricombinazioni. La vena didattica del professor Donat generò anche una pagina di esercizi teorici per i suoi allievi e per tutti quelli che potevano trarne aggiornamento o giovamento. La prima tavola contiene anche dei campioni di tessuto che accomunano ed esplicitano le versioni corrispondenti rispetto alle tre lingue del Lexikon. Così il medesimo lembo di stoffa si chiama Leinwand, toile o plain.

La pagina dei campioni di tessuto inserita nel Lexikon.

Un altro atlas, ossia satin (in questo caso francese e inglese combaciano), un altro ancora Waffel, gaufré e honeycomb. Sfogliando il libro si scopre che verstärkter gebrochener Köper sta per sergés brisés composés e per broken fancy twills. Oppure che Spitzmuster corrisponde a losanges composés e a diamond patterns.

Una pagina di esempi di armature con le tre differenti denominazioni.

Allora l’Italia tessile non meritava ancora di entrare nel Gotha. Ecco perché a Franz Donat non era venuto in mente di aggiungere una quarta lingua, l’italiano. Tra Otto e Novecento, i lanifici italiani e, soprattutto, biellesi stavano ancora imparando, ma di lì a poco avrebbero cominciato a farsi notare e a esprimersi con la proprietà di linguaggio della qualità. Oggi, consultando l’Archivio del Lanificio Vitale Barberis Canonico si percepisce chiaramente come il lavoro del professore boemo sia affascinante, ma forse un po’ obsoleto. In ottica tessile sono ormai molte le lingue morte, mentre quella italiana è ben compresa in tutto il mondo,  spesso anche senza dizionari.

Tessuto storico dell'archivio.
10.712/396
Dettagli
Tessuto della collezione Vitale Barberis Canonico.
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