La nebbia di Londra nei campionari “Standard” - Vitale Barberis Canonico
La nebbia di Londra nei campionari “Standard”

Basta leggere le pagine di Peter Ackroyd (“Londra. Una biografia”, 2014) per farsi un’idea del fenomeno. E ancora di più le parole di Henry Vollam Morton nel suo “In Search of London” del 1951, che descrivono la nebbia “che riduceva la visibilità a un metro, che trasmutava ogni lampione in alone a forma di V rovesciata e faceva di ogni incontro una specie di incubo spaventoso”. Ackroyd sottolinea che quello di Morton è un esempio tra i tanti in cui la nebbia è indicata come “vettore di paura nel cuore della città”. E subito la mente rievoca le notti caliginose di Whitechapel nelle quali si aggirava, nascosto dalla bruma spessa, l’imprendibile Squartatore. Spaventosa o meno, la fog londinese, unita a quello smoke carbonoso prodotto dall’industrializzazione dentro e fuori la città, è diventata una caratteristica della capitale inglese. Lo smog di Londra si è elevato a brand. Un marchio tanto forte da far passare in secondo piano l’irrespirabilità dell’aria che lo ha prodotto per imporsi non solo come colore (il celebre “fumo di Londra”) o come stile, ma anche come scelta di vita. Il fio da pagare per “essere” davvero londinese.

Il Grande Smog di Londra del dicembre 1952 e tessuti del 1935 di un campionario “Standard”.

Negli anni di Morton l’abbigliamento formale proposto dalle migliori sartorie di Londra sembrava ispirato da quella stessa pervasiva condizione atmosferica. I tessuti non erano per forza più pesanti del solito, ma il finissaggio pareva renderli più densi e follati del normale, come se il freddo da cui difendersi non fosse solo quello meteorologico, ma psicologico, “esistenziale”. L’Impero non era più quello di una volta, l’epoca vittoriana era lontana, e Londra stava per cedere lo scettro di capitale del mondo. La City, ancora impettita ed elegantissima, era triste. Subiva le conseguenze del 1929 americano e il grigio dei panni si intonava perfettamente al grigiore uggioso delle rive del Tamigi, ma più ancora all’umore dei londinesi.

I campioni dei libroni “Standard” di quegli anni raccontano un cromatismo “nebbioso”, quasi mimetico. Forse c’era chi apprezzava quel celarsi alla vista in una città di milioni di abitanti. Occultati dalla foschia scura, che provocava vere e proprie eclissi prolungate, gli uomini in grigio o in nero scomparivano inghiottiti da quel vapore impenetrabile allo sguardo, ed estraniante, che rendeva il contesto urbano insidioso e selvaggio.

Tessuto storico dell'archivio.
6.5539/1
Dettagli
Tessuto della collezione Vitale Barberis Canonico.

Negli anni Trenta e nei due decenni a seguire, complice l’ultima guerra, gli uomini di Londra sembra che indossassero nebbia. In quel periodo, i tessuti grey e grey blue di Dormeuil, di Hardy, di Minnis e di Standen non mostrano discontinuità rilevabili rispetto alle sfumature di grigio delle fotografie di Leonard Misonne, Wolfgang Suschitzky, Arthur Tanner e, più di recente, Edward Miller. I campionari “Standard” colorano appena quelle immagini, ma senza illuminarle, senza conferire tinte brillanti: cielo assente dietro la coltre incolore. Opache flanelle, scuri worsted filettati di seta bianca o blu, lambswool lanosi che paiono ferri battuti bagnati di pioggia. Come quello, spigato e cupo (sarà quello che indossa nel ritratto?), che il 12 marzo 1940 scelse Arthur Neville Chamberlain.

Arthur Neville Chamberlain, Primo Ministro inglese dal 1937 al 1940.

La nebbia di Londra lo stava avvolgendo: due mesi più tardi, dopo tre anni, lasciò il 10 di Downing Street a Winston Churchill. E il 9 novembre lasciò l’Inghilterra e, più che altro, questo mondo precipitato nella guerra da Hitler. Chamberlain, l’illuso paladino dell’appeasement, aveva creduto ai patti di Monaco del 1938, ma si era trattato di un tragico abbaglio. Capita, nella nebbia.

I tessuti raccolti in quei grandi volumi chiusi da cinghie di cuoio sembrano non essersi accorti che poi, dopo sei lunghi anni, quella guerra è finita. Restano tuttora fedeli alla loro nebbia e quasi annunciano quell’inizio di dicembre del 1952, quando la città sprofondò nella sua stessa fuliggine, asfissiò in un panno chiuso imbevuto di fumi di scarico, intriso di coke scadente combusto senza risparmio in quel tardo autunno. Il Grande Smog, che toglieva il fiato, la voglia di vivere e la speranza. Centinaia, migliaia i morti. Alla fine, quelle stoffe di nebbia si confusero nella nebbia in cui si celebrarono altrettanti funerali.
Non stupisce affatto che dalle ceneri di quella Londra austera sia nata, sfavillante ed eccentrica, lucente e spregiudicata, giovane e sexy la Swinging London. Un refolo di colorata trasgressione ha soffiato via la nebbia dalle rive del Tamigi.

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